Incandidabilità dei magistrati nell’esercizio delle loro funzioni e rientro in magistratura dopo la parentesi politica

Sono stato nominato relatore in Senato, insieme al Senatore Felice Casson, dell’importante provvedimento che disciplina sia l’incandidabilità per i magistrati nell’esercizio delle loro funzioni, sia il rientro in magistratura dopo la parentesi politica.

Da un lato, questo prevede “per magistrati ordinari, amministrativi, contabili e militari, inclusi quelli collocati fuori dal ruolo organico”, l’impossibilità di essere candidati “per l’elezione alla carica di membro del Parlamento europeo, senatore o deputato o a quella di presidente della Regione, consigliere regionale, presidente delle Province autonome di Trento e di Bolzano o consigliere provinciale nelle medesime Province se prestano servizio, o lo hanno prestato nei cinque anni precedenti la data di accettazione della candidatura, presso sedi o uffici giudiziari con competenza ricadente, in tutto o in parte, nella circoscrizione elettorale”. Gli stessi vincoli valgono per la candidatura alle cariche di sindaco, consigliere o l’assunzione dell’incarico di assessore comunale. Non solo, per l’accettazione della candidatura in altro collegio o luogo diverso da quello in cui svolgevano la professione, i magistrati dovranno essere in aspettativa da almeno sei mesi. Unica “deroga”, lo scioglimento anticipato delle Camere o le elezioni suppletive, in questo caso sarà sufficiente essere in aspettativa al momento di accettare la candidatura. Infine, per i magistrati sarà introdotto l’obbligo dell’aspettativa per ricoprire il ruolo di presidente del Consiglio dei ministri, vicepresidente del Consiglio dei ministri, ministro, viceministro, sottosegretario di Stato, sottosegretario regionale, assessore regionale o comunale se, all’atto dell’assunzione dell’incarico, non siano collocati in aspettativa. La stessa dovrà poi durare per l’intero incarico.

Dall’altro lato, inoltre, il provvedimento prevede per i magistrati candidati, ma non eletti, il rientro nell’incarico con l’obbligo però dell’astensione nei due anni successivi alla data delle elezioni dalle funzioni inquirenti. Gli stessi non potranno poi essere assegnati ad uffici all’interno della circoscrizione elettorale in cui si sono candidati. Vengono ricollocati presso l’ufficio di provenienza coloro che provengono dai collegi giudicanti della Corte di Cassazione, del Consiglio di Stato, della Corte dei Conti centrale, della Corte Militare di appello. I magistrati della Procura nazionale antimafia verranno ricollocati presso la procura generale presso la Corte di Cassazione. Al termine del mandato i magistrati verranno invece ricollocati, ove ne abbiano i requisiti, presso la Corte di Cassazione o la Procura generale della Corte di Cassazione, o in un distretto di corte di appello diverso da quello in cui è compresa la circoscrizione elettorale in cui erano stati eletti. Per tre anni non potranno ricoprire incarichi direttivi o semidirettivi.

E’ un provvedimento che va nella giusta direzione, pur se non è la soluzione netta del divieto del rientro in magistratura, auspicata non senza ragioni da taluno. Essere relatore di una norma così importante è un onore e una responsabilità. Si tratta di un provvedimento che porta novità importanti a tutela delle stessa vita democratica.

Tutti gli atti riguardanti il disegno di legge sono consultabili sul sito istituzionale del Senato:

http://www.senato.it/leg/17/BGT/Schede/Ddliter/47897.htm

Il caso Minzolini e il rapporto tra politica e giustizia

Il caso Minzolini riapre la questione del rapporto tra politica e giustizia. E la riapre, purtroppo, confondendo le prospettive.

La fattispecie del senatore Augusto Minzolini da punto di vista giuridico è semplice: la cosiddetta legge Severino prevede la decadenza dalla carica parlamentare per chi sia condannato in via definitiva ad una pena non inferiore a due anni e sei mesi, tra l’altro, per il reato di peculato.

Questo è, e non è data, nel rispetto della legalità, alternativa neanche al Parlamento, che può modificare la legge, ma che non può disattenderla, posto che, nel caso, opera come organo non legislativo, ma come organo di verifica dei poteri, cioè di convalida o non convalida degli eletti. E, in questa funzione, non ha nemmeno un potere discrezionale, bensì è chiamato, nella sussistenza – formale – dei presupposti di legge a prendere atto dell’esistenza o inesistenza dei requisiti per l’acquisizione o la perdita dello status di parlamentare.

La pretesa di sindacare la sentenza cozza contro il principio della separazione dei poteri, cardine della democrazia, per la simmetrica ragione per la quale il Parlamento, ai sensi dell’articolo 68 della Costituzione, è chiamato a sindacare la richiesta di arresto di un parlamentare in carica: il divieto di interferenza reciproca tra i poteri legislativo, giudiziario ed esecutivo.

In questo caso, infatti, è la legge che prevede automaticamente la decadenza in presenza di una sentenza definitiva, cosicché non prenderne atto significa non solo violare la legge, ma negare l’autonomia e l’indipendenza del potere giudiziario.

La differenza con l’autorizzazione all’arresto è evidente: nell’ipotesi, infatti, da un lato, non è previsto nessun automatismo conseguente dalla decisione giudiziaria, e, dall’altro (e prima ancora), è la Costituzione a prevedere che l’ordine di arresto sia eseguibile solo previa autorizzazione della Camera di appartenenza a tutela dell’autonomia e dell’indipendenza del potere legislativo.

Dura lex, sed lex”, direbbero gli antichi romani.

La  “Severino” va corretta?

Può essere, ma in nome dell’istanza riformatrice, non può essere disattesa.

Il nodo è tutto qui. Diversamente, la legge non sarebbe uguale per tutti.

Questo è il senso ultimo e più profondo del voto a favore della decadenza. Ed è evidente che una simile decisione è tutto tranne che una posizione giustizialista e di appiattimento sulla magistratura.

Da ultimo, il caso di Stefano Graziano, ma anche di tanti altri, pongono la questione del garantismo; una questione, che riguarda tutti i cittadini , ma che viene trattata soprattutto con attenzione alle grane giudiziarie dei politici per la particolare risonanza mediatica delle stesse..

Davvero si può pensare che sia degno della culla del diritto che i processi più importanti, mentre sono in corso, siano duplicati sui mass media? Davvero si può credere che una persona, perché impegnata in politica, sia messa alla gogna per la fuga di notizie relative ad intercettazioni effettuate dall’autorità giudiziaria e arbitrariamente trapelate, così determinando addirittura l’anticipo del vero processo e, anzi, per certo verso, rendendolo irrilevante?

Davvero si può giustificare un sistema, nel quale l’avviso di garanzia diventi una sentenza irrevocabile, con la conseguenza che l’iniziativa della magistratura indagante produca effetti più definitivi della sentenza? Davvero si può credere che sia ammissibile che la magistratura inquirente non sia chiamata a rispondere della sua attività, quando la magistratura – non la politica! – decidente ne censuri l’infondatezza e, talvolta, l’arbitrarietà?

Credo che la risposta a tutti questi quesiti sia negativa e responsabilizzi il potere legislativo ad individuare le soluzioni nel rispetto della Costituzione. Certo qui sta il difficile, ma anche il “proprium” del potere legislativo.

Giorgio