E passaggio fu

[da un mio intervento per la rubrica BorgoNews dell’Associazione culturale Il Borgo]

È avvenuto il passaggio di consegne!

Il presidente Draghi ha lasciato con grande eleganza e da statista, come testimonia la battaglia condotta tra le 20 di venerdì e le 2 di sabato scorso per costringere, in particolare la Germania, ad addivenire all’accordo sul gas. Da cittadino lo ringrazio: ha condotto il paese in un momento difficilissimo, restituendogli prestigio e autorevolezza in virtù della stima internazionale che si è conquistato e rimediando in parte ai danni provocati dal suo predecessore, improbabile finanche come leader politico.

Il presidente Meloni, cui auguro buon lavoro nonostante le personali riserve, ha iniziato oggettivamente con il “botto”, con un discorso molto efficace, a tutto campo, senza reticenze, a suo modo di prospettiva: politico a tutto campo. Un discorso, altresì, difficile da etichettare come di destra, ma, purtroppo, molto più pluralista, capace di interessare – credo – anche fette dell’elettorato di centrosinistra.

Difficile (e inutile) negare che oggi l’Italia conservatrice abbia trovato un (una) leader, con un passaggio forzato del testimone da parte del Cavaliere e del Segretario della Lega.

Volenti o nolenti questi ultimi, l’effetto del discorso di insediamento della Meloni è stato esattamente questo. L’interrogativo è se i due predetti accetteranno questa prospettiva o se, al contrario, proveranno a fermare l’astro nascente: la durata della legislatura dipende in gran parte da questa partita.

Difficile, più in generale, negare che nel sistema politico-partitico da oggi, semmai si sia commesso (come si è commesso) l’errore di non pensarci prima, si dovranno fare i conti con un “animale politico” cresciuto alla scuola di un partito – MSI – di chiara derivazione fascista, ma con il quale i conti si dovranno fare non con gli slogans dell’antifascismo, ma attraverso il confronto sui molti problemi concreti, che angosciano l’Italia. Questo discorso non lascia seri dubbi al riguardo: nessuna concessione alla polemica per la polemica, convinzione radicata che non si possa e non si debba galleggiare, enunciazioni molto chiare (e nette) sulle questioni più scottanti o istituzionalmente rilevanti. Certo: delle buone intenzioni è lastricata la via dell’inferno, ma niente sarebbe più negativo del complesso di superiorità, che tanto male ha fatto al centrosinistra.

L’opposizione non sarà un compito semplice.

Se le possibili divisioni interne al cdx, infatti, non aiuteranno rallentando la spinta e l’azione di governo, il confronto non sarà banale e risolvibile con gli slogans, ma impegnerà sul merito delle questioni, che costringerà certa parte del cdx a cambiare la linea del “no” aprioristico e altra parte a scegliere tra il “sì” ed il “no”, lasciando il “ni” nel cassetto.

Il livello del confronto politico potrebbe diventare molto più di merito, e concreto, e a-ideologico, lasciando poco spazio al riutilizzo dello strumentario retorico del ‘900, con la conseguenza che la pura critica distruttiva risulterà infruttuosa sul piano del consenso.

La sfida, dunque, per le opposizioni si profila assai complicata prima di tutto perché si dovranno reinventare, dovranno ripensare il loro modo di essere e di proporsi e non potranno, pena la sparizione, ritirarsi sull’Aventino.

Gli italiani, infatti, non capirebbero, salvo in rarissimi casi, il rifiuto del confronto, a partire dalle riforme istituzionali, dalla giustizia, dal reddito di cittadinanza, dai giovani, dall’immigrazione e da altri ancora. E non lo capirebbero non solo perché nauseati dalla vecchia politica, ma anche perché in questo momento nell’opinione pubblica è fortissimo il richiamo della responsabilità collettiva, della solidarietà e dell’obbligo della condivisione dello sforzo per uscire dalle attuali difficoltà.

Chi accetterà la sfida, potrà vincerla; chi si rinchiuderà nel proprio recinto, incapace di accettare lo scenario determinato dal voto degli italiani, sparirà.

Partire da più o meno velleitarie alleanze di sigle in nome dei numeri (e non delle idee) sarebbe un diabolico perseverare nell’errore.

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